Ruderi del Belice 2007

Squallore, solitudine, tristezza per un mondo rimasto fermo nel passato: ecco le sensazioni che prendono ripercorrendo adesso i paesi della valle del Belice coinvolti nel sisma del ’68. Una calamità naturale che ci ha sconvolto e che ha definitivamente o in parte annientato i paesi di quella zona. In questi giorni ricorre il 39° anniversario: nella notte tra il 14 e 15 gennaio la terra tremò. Tanti i centri colpiti, Gibellina, Salaparuta e Montevago, furono rasi al suolo. Tra le macerie delle povere case crollate si trovarono centinaia di morti e migliaia di feriti. Solo il paese di Poggioreale sembra essere rimasto in piedi quasi per intero. Una città fantasma, il silenzio e l’erba alta fanno compagnia ai visitatori. Nella grande piazza del vecchio centro elimo una stele sulla quale si legge:

HO VISTO DI NOTTE LA LUCE ACCENDERSI DENTRO AI TUOI OCCHI TERRA AMATA ARDENTE DI SPERANZE ANTICHE NONOSTANTE IL GRIDO DEL FUTURO SPEZZATO IL SILENZIO SOLITARIO DEGLI ANNI. SEI FONTE DI VITA POGGIOREALE  MONTAGNA DEL RISVEGLIO     TEMPO DI PACE.

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1968, 14 Gennaio: Cronaca di un terremoto PDF
 
Tratto dal sito www.iesn.org - Lo speciale è stato curato e realizzato da Claudio Conti

Un giorno festivo come tanti altri, una domenica tranquilla in attesa degli avvenimenti calcistici che avrebbero animato la serata tra i tifosi accaniti della Roma, dell’Inter, del Palermo e di altre società sportive.

La tranquillità apparente di quel giorno di festa, di lì a qualche ora, veniva turbata però da una novità di cronaca che, a distanza di tredici ore, con il precipitare degli eventi, sarebbe rimbalzata in ogni parte del mondo mettendo in risalto nomi oscuri di paesi e località dimenticate dal tempo.

Ore 13,28 (It.) un evento sismico scuote la curiosità dei Palermitani, seduti a quell’ora per il pranzo domenicale, ma a circa cento km di distanza, nell’area epicentrale il movimento viene rilevato come un VI°-VII° della scala Mercalli.

Gibellina subisce i primi danni leggeri, la chiesa madre risulta immediatamente inagibile; la stessa sorte è riservata agli altri comuni adiacenti l’area epicentrale.

Ore 14,15(It.) replica, VI° grado della scala Mercalli. III° grado per Palermo e Trapani.

Ore 16,48 (It.) all’imbrunire replica del VII° grado Mcs. Aumentano le lesioni e qualche fabbricato diventa inagibile.

Per le popolazioni dei comuni interessati inizia una notte di paura, i danni ai centri abitati sono evidenti, aumenta l’ansia e l’insicurezza legata a quella forza oscura inspiegabilmente violenta che si sprigiona dalle viscere della terra; una forza primordiale, capace di annientare il duro lavoro di generazioni e di cancellare radicalmente anche le civiltà più tenaci e solide.

Le ore passano lente, il freddo della notte invita la gente a rientrare nelle abitazioni. Qualcuno, fiutando il pericolo, abbandona il paese e si rifugia con tutta la famiglia nella casa colonica in campagna, luogo del duro lavoro quotidiano.

15 Gennaio, lunedì

Ore 02,33 (It.) VII°-VIII° Mercalli - La Paura –

Ipocentro a cinquanta chilometri dalla verticale del Monte Bruca.

A Palermo, Trapani e negli altri centri della Sicilia centro occidentale è il panico. La popolazione abbandona le case, cerca la salvezza per strada, affolla le piazze. Le aree all’aperto si gremiscono di persone che commentano il pericolo scampato. Ingorghi, traffico stradale da ore di punta e tamponamenti animano quella strana notte di Gennaio

Ore 03,01 (It.) – IX° Mercalli - Il Terrore.

A circa quaranta chilometri di profondità sotto la Valle del Belice si rimette in movimento una frattura assopita dalla notte dei tempi generando onde sismiche, stimate di magnitudo 6.0 e con effetti all’epicentro, del IX° Mercalli,

Le luci si spengono, le linee telefoniche saltano sotto il fragore assordate del terremoto e delle abitazioni dei centri storici, che si sgretolano annientate in circa dodici secondi con un forte movimento ondulatorio Est-Ovest. Poi il silenzio, rotto dalle urla disperate di chi è sopravvissuto e brancola al buio tra la polvere soffocante alzatasi durante i crolli e il passo difficoltoso fra le macerie.

Alle prime luci dell’alba la tragedia rivela la sua dimensione catastrofica.

I soccorsi tardano ad arrivare, le notizie sono confuse, alcuni centri abitati sono isolati, difficilmente raggiungibili.

Man mano che il cerchio si stringe, la catastrofe assume il suo aspetto autentico privo delle sfumature fatte dal solo panico e si evidenzia la cattiva organizzazione dei soccorsi e della carenza dei mezzi a disposizione.

Gibellina, 6.930 abitanti, 378 m.s.m, si è sbriciolata; solo alcune abitazioni costruite in cemento armato hanno offerto giusta resistenza al terremoto. Il 90 % delle opere sono distrutte.

Per raggiungere quel che rimane del paese, si devono percorrere sette chilometri a piedi, la strada è franata con profondi avvallamenti e ricoperta da uno strato spesso di ghiaccio.

Salaparuta, 3.800 abitanti, 340 m.s.m., distante circa un chilometro da Gibellina, ha subito le medesime conseguenze.

La ferrovia a scartamento ridotto è interrotta in più punti. La zona è raggiungibile solo in elicottero.

Il 90% delle abitazioni sono macerie, opere cancellate, lesionate o comunque non recuperabili.

  • Montevago , 2.000 abitanti, : 800 abitazioni distrutte ridotte a rovine che ostruiscono gli accessi al paese, le vie interne sono impraticabili.

  • S.Margherita Belice, 6.700 abitanti, l’80% delle case distrutte, numerose le opere d’arte scomparse.

  • Poggioreale, 3.200 abitanti, 406 m.s.m., il 50% delle abitazioni distrutte o inagibili.

  • Santa Ninfa, 6.500 abitanti, 466 m.s.m, distrutte il 70 % delle abitazioni, le rimanenti sono inagibili.

  • Salemi, risultano distrutte il 25 % delle abitazioni.

In provincia di Palermo i danni sono minori, anche se in diversi centri e nella stessa città numerose abitazioni risultano inagibili. Ne verranno dichiarate tali almeno 2.000 nella sola città vecchia.

La crisi sismica continua implacabile con piccole repliche locali.

Alle 16,42 del giorno 16 gennaio un VII° Mercalli con epicentro nella stessa zona continua l’opera demolitrice, mentre gli uomini impegnati nei soccorsi lavorano febbrilmente, senza idonee attrezzature, tra le macerie. I vigili del fuoco scavano privi di mascherine, si riparano bocca e naso con mezzi di fortuna.

Dall’Estero arrivano squadre di soccorritori volontari, unita’ cinofile e specialisti nella ricerca delle persone seppellite.

L’attività macrosismica nei giorni a seguire sembra placarsi per dare una certa fiducia a coloro che operano nei soccorsi e per i "Morti Vivi " ormai rassegnati ad abbandonare la loro terra spinti a dare il via a quel fenomeno migratorio che ha fatto perdere alla Sicilia almeno il 3% dei suoi figli.

25 Gennaio, ore 10,52.

Replica, inaspettata, VIII° Mercalli,*,   durata 52 secondi; una squadra dei soccorsi è travolta mentre opera tra le macerie, muore un vigile del fuoco.

Sciacca, rimasta ai margini per diversi giorni, risente della replica, subendo gravi danni.

Palermo è confusa, si svuotano le scuole, gli uffici, le abitazioni.

Si ritorna a dormire all’addiaccio durante la notte, l’emergenza continua.

Dalle zone terremotate, continua, a ritmo meno intenso, l’emigrazione verso il Piemonte, la Lombardia, la Svizzera e la Germania, alla ricerca di un luogo dove dimenticare e sopravvivere. Un esodo forzato, disperato, velato d’un pianto muto e di una nostalgia profonda per una terra amata, eppur maledetta; una terra capace di cullare i suoi figli e di annientarli al tempo stesso in pochi istanti, con la sua furia distruttrice.

Giunti alla fine di Gennaio il quadro e’ ormai completo : 370 vittime, un migliaio di feriti, circa 70.000 senza tetto.

Si ricordano gli altri paesi che hanno subito danni ingenti:

Menfi, Partanna, Camporeale, Chiusa Sclafani, Contessa Entellina, Sciacca.

L’attività sismica riprende alle ore 10 del giorno 15 Gennaio e si protrae per concludersi nel Febbraio del 1969.

Salaparuta, Gibellina, Poggioreale non sono stati più riedificati nel luogo originario, sono sorti più valle, in una dimensione urbanistica completamente differente, più moderna, più sicura, come per prendere le distanze dagli eventi catastrofici e dai paesi distrutti. Eppure quegli stessi paesi sono ancora lì, con le loro rovine, le strade erbose e deserte, i campanili silenti, le case dagli occhi bui e dai muri sventrati; sono ancora lì per testimoniare gli eventi di quei giorni, per dar voce a coloro che non ci sono più.

Passato e presente si guardano da lontano ed fra essi biancheggia la colata nivea che ricopre l’antica Gibellina, a monito e memoria per le generazioni future.